
20/09/2026 • 12:05
Lettera del Vescovo ai Sacerdoti e ai Diaconi
Carissimi Confratelli Presbiteri e Diaconi,
ieri, dopo le ordinazioni sacerdotali e diaconali, mi sono messo in viaggio per raggiungere una Parrocchia in Sicilia dove dono stato invitato per una festa patronale.
Guardando e meditando la pagina del Vangelo di questa domenica, ho fatto qualche riflessione, che, semplicemente, condivido per la preghiera, per il rendimento di grazie e per suscitare qualche buon dialogo di amicizia e di collaborazione.
Nella condivisione del dolore per la morte di don Antonio Robu, vi saluto con affetto e vi benedico.
«I miei pensieri non sono i vostri pensieri, le vostre vie non sono le mie vie», così ci ha annunciato il Signore per bocca del profeta Isaia. Proprio così. Perché chi di noi, se dovesse fare i conti alla fine della giornata, non sarebbe portato a misurare il proprio lavoro sulla quantità delle ore, sulla fatica sostenuta, sui risultati raggiunti, sulla fedeltà dimostrata nel tempo?
Eppure il Vangelo di oggi ci mette davanti a una logica diversa: quella della gratuità. Il padrone della vigna non ragiona anzitutto secondo il criterio della prestazione, ma secondo quello della chiamata. E, soprattutto, non considera mai conclusa la possibilità di chiamare.
Quale padrone di una vigna uscirebbe ancora alle cinque del pomeriggio per cercare operai? Eppure è proprio a quell’ora che il Signore compie alcuni dei suoi incontri più sorprendenti. È l’ora degli ingaggi apparentemente fuori tempo, delle chiamate che arrivano quando sembrerebbe ormai troppo tardi.
Non ha forse chiamato la donna di Samaria, con una storia che sembrava renderla inadatta a diventare testimone? Non ha chiamato Matteo, con il suo mestiere malfamato? Zaccheo? Maria Maddalena? Il ladrone nell’ultimo istante? E Paolo, che aveva iniziato la sua storia cristiana come persecutore?
Se guardassimo soltanto ai curricula, molti di questi uomini e donne non avrebbero avuto i requisiti per entrare nella vigna. Ma Dio non guarda soltanto ciò che un uomo è stato: guarda ciò che può diventare quando incontra la sua misericordia.
Questa è una parola che noi sacerdoti abbiamo bisogno di ascoltare con particolare attenzione.
Perché anche noi siamo stati chiamati. E molti di noi lo sono stati presto, magari da bambini, quando ancora non comprendevamo pienamente che cosa significasse quel “vieni e seguimi”. Siamo diventati operai della prima ora non per nostro merito, ma per una grazia che ci ha preceduti.
E allora la domanda decisiva è: che cosa significa essere operai della prima ora?
Significa forse avere più diritti? Significa poter rivendicare un posto, una consuetudine, un ruolo, una precedenza? Significa poter guardare con sospetto chi arriva dopo di noi, chi entra nella nostra comunità, chi viene affidato alla nostra responsabilità pastorale?
Il Vangelo ci dice di no.
Essere operai della prima ora significa anzitutto avere ricevuto di più in termini di tempo per conoscere il Padrone della vigna, per sperimentare la sua misericordia, per imparare il suo stile. E proprio per questo significa avere una responsabilità maggiore: aiutare chi arriva dopo a scoprire la bellezza di ciò che noi abbiamo ricevuto.
Non ci è stata affidata una vigna da possedere, ma da custodire. Non ci è stata affidata una comunità perché diventasse “nostra”, ma perché attraverso il nostro ministero potesse appartenere sempre più a Cristo.
E questo vale in modo particolare quando nella vita sacerdotale arrivano persone nuove: un sacerdote che viene da un’altra diocesi, un confratello proveniente da un’altra esperienza, un giovane prete, un sacerdote straniero, qualcuno che ha una storia diversa dalla nostra, abitudini differenti, sensibilità che non conosciamo, forse persino un modo di vivere il ministero che inizialmente facciamo fatica a comprendere.
Qui si misura la verità della nostra fraternità sacerdotale.
È facile accogliere chi è immediatamente affine a noi, chi pensa come noi, chi si inserisce senza difficoltà nei nostri schemi. È molto più evangelico aprire il cuore a chi arriva con una storia diversa e ha bisogno di tempo per trovare la propria casa.
L’accoglienza non è soltanto mettere a disposizione una stanza, una canonica o un incarico pastorale. L’accoglienza vera è aprire il cuore.
Perché un sacerdote che arriva ha bisogno anzitutto di sentirsi atteso, riconosciuto, voluto bene. Ha bisogno di qualcuno che gli dica, magari senza parole: “Qui puoi essere te stesso; qui non sei un intruso; qui puoi mettere a disposizione i doni che il Signore ti ha dato”.
Quanto è facile, invece, che dentro di noi sorgano resistenze: “Qui abbiamo sempre fatto così”; “prima di lui c’erano altri”; “non conosce ancora la nostra realtà”; “non sa come funzionano le cose”; “perché dovrebbe avere questo incarico?”.
Sono pensieri umanamente comprensibili. Ma il Vangelo ci domanda se siano pensieri secondo Dio.
Gli operai della prima ora si lamentano proprio perché il padrone è buono con quelli dell’ultima ora. La loro difficoltà non è di aver ricevuto meno: hanno ricevuto esattamente ciò che era stato loro promesso. La loro difficoltà è che un altro ha ricevuto gratuitamente qualcosa di buono.
E questa è una tentazione che può insinuarsi anche nella nostra vita sacerdotale: pensare che l’arrivo di un altro diminuisca qualcosa di noi.
Ma nella vigna del Signore non funziona così.
Il bene dell’altro non sottrae nulla alla nostra vocazione. Il dono dell’altro non diminuisce il nostro dono. Il ministero dell’altro non rende meno prezioso il nostro. Al contrario, la presenza di un fratello può diventare per noi una grazia, perché ci costringe a uscire dalle nostre abitudini, a rinnovare la nostra carità, a riscoprire che la Chiesa non coincide con il nostro modo di pensarla e di viverla.
Noi sacerdoti siamo chiamati a essere padri, e un padre non vive l’arrivo di un figlio come una sottrazione. Sa che l’amore, quando è autentico, non si divide: si moltiplica.
Così dovrebbe essere la nostra fraternità sacerdotale.
Quando arriva un nuovo confratello, non dovremmo chiederci anzitutto: “Che cosa cambierà per me?”, ma: “Che cosa posso fare perché questo fratello possa sentirsi a casa?”
Non: “Perché è venuto qui?”, ma: “Per quale bene il Signore lo ha mandato?”
Non: “Quanto dovrà adattarsi alle nostre consuetudini?”, ma anche: “Che cosa il Signore vuole insegnare a noi attraverso la sua presenza?”
Perché ogni sacerdote porta con sé una storia, dei doni, delle ferite, delle esperienze, una particolare sensibilità pastorale. E Dio può servirsi proprio della diversità per arricchire la sua Chiesa.
Pensiamo ancora agli operai dell’ultima ora.
Essi raccontano una condizione molto umana: “Nessuno ci ha presi a giornata”. Sono uomini che hanno trascorso gran parte della giornata senza che nessuno si accorgesse di loro, senza che nessuno desse loro fiducia.
Quante volte anche un sacerdote può vivere qualcosa di simile! Può arrivare in un luogo nuovo sentendosi estraneo, può non conoscere nessuno, può non comprendere immediatamente le dinamiche di una comunità, può portare con sé una lingua diversa, una cultura diversa, una storia diversa.
E proprio allora ha bisogno di trovare non dei controllori, ma dei fratelli.
Ha bisogno di qualcuno che faccia per lui ciò che il padrone della vigna ha fatto per gli operai dell’ultima ora: uscire ancora una volta e chiamarlo.
Forse, per un confratello appena arrivato, una telefonata, una visita, un pranzo condiviso, un invito, una parola di incoraggiamento possono essere molto più importanti di quanto immaginiamo.
L’accoglienza cristiana non consiste nel pretendere che l’altro diventi subito uguale a noi. Consiste nel creare lo spazio perché possa diventare, nella comunione della Chiesa, ciò che Dio lo chiama a essere.
E questo vale anche per noi stessi.
Perché forse siamo chiamati a riconoscere che, davanti a Dio, siamo tutti operai dell’ultima ora. Anche chi è stato chiamato da bambino. Anche chi è sacerdote da molti anni. Anche chi ha speso una vita nel ministero.
Nessuno può dire: “Io sono qui perché ho meritato di esserci”.
Siamo qui perché qualcuno ci ha chiamati.
Siamo qui perché qualcuno ha creduto in noi.
Siamo qui perché qualcuno, quando ancora non sapevamo quale sarebbe stata la nostra strada, ha aperto per noi una porta.
E allora comprendiamo che la nostra vocazione sacerdotale è essa stessa un grande credito di fiducia che Dio ha aperto nei nostri confronti.
Che cosa sarebbe stato di noi se qualcuno non ci avesse accolti? Se un sacerdote non ci avesse dato fiducia? Se un parroco non ci avesse accompagnati? Se una comunità non ci avesse fatto spazio?
E allora ciò che abbiamo ricevuto gratuitamente siamo chiamati a restituirlo gratuitamente.
Se siamo stati accolti, accogliamo. Se siamo stati accompagnati, accompagniamo. Se qualcuno ha avuto pazienza con noi, abbiamo pazienza con gli altri. Se qualcuno ha creduto in noi prima ancora che noi credessimo pienamente nella nostra vocazione, impariamo a credere nel fratello che il Signore ci mette accanto.
Questa è la logica del Vangelo.
E forse è proprio questa la conversione alla quale il Signore ci invita oggi: passare dal pensare che la vigna sia “nostra” al riconoscere che è sua.
La Chiesa è sua.
I fedeli sono suoi.
Le comunità sono sue.
I confratelli sono suoi.
E anche noi siamo suoi.
Per questo non dobbiamo avere paura dell’arrivo di un altro. Non dobbiamo sentirci minacciati dalla sua presenza. Non dobbiamo custodire gelosamente spazi, ruoli, consuetudini, riconoscimenti.
Il Signore ci chiede di avere un cuore largo.
Un cuore sacerdotale è un cuore capace di fare spazio.
Fare spazio significa lasciare entrare l’altro nella propria vita, conoscerlo, ascoltarlo, aiutarlo, correggerlo quando è necessario, ma sempre dentro una relazione di fraternità e di carità.
Perché la prima evangelizzazione che possiamo offrire a un confratello è proprio questa: fargli sperimentare che la Chiesa è casa, che il presbiterio è famiglia, che il ministero non è una competizione, che la fraternità non è un ornamento della vita sacerdotale, ma una forma concreta della carità di Cristo.
E allora comprendiamo la domanda finale del Vangelo:
«Sei forse invidioso perché io sono buono?»
Potremmo tradurla così per noi sacerdoti:
“Sei forse dispiaciuto perché ho chiamato un altro?
Sei forse preoccupato perché ho dato spazio a un altro?
Sei forse infastidito perché un altro porta nella mia Chiesa un dono che tu non possiedi?
Oppure sai gioire perché ciò che conta non è che tu sia al centro, ma che la vigna del Signore porti frutto?”
Questa è la libertà dei figli di Dio.
L’operaio della prima ora non è chiamato a difendere il proprio posto: è chiamato a gioire della bontà del padrone.
E forse questa è la più bella maturità alla quale possiamo aspirare come sacerdoti: non essere più preoccupati di ciò che perdiamo, ma di ciò che il Signore può donare attraverso il fratello che arriva.
Perché alla fine della giornata non saremo giudicati per quanto siamo riusciti a possedere, né per quanti spazi siamo riusciti a occupare, né per quanto siamo riusciti a far riconoscere il nostro lavoro.
Ci sarà chiesto se abbiamo amato.
Se abbiamo fatto spazio.
Se abbiamo accolto.
Se abbiamo riconosciuto nel fratello, soprattutto nel fratello che arrivava dopo di noi, un dono della bontà di Dio.
E allora, quando il Signore farà entrare nella sua vigna un nuovo operaio, non guardiamolo con gli occhi di chi deve difendere ciò che possiede.
Guardiamolo con gli occhi del padrone della vigna.
Con occhi capaci di dire:
“Vieni. Ti aspettavamo. C’è posto anche per te. Questa vigna è del Signore, e insieme possiamo lavorarvi con gioia.”
Con una benedizione speciale a don Andrea, don Simone, don Alessandro e don Francesco, neo ordinati.
Maletto, 20 settembre 2026.
+ Antonio Suetta Vescovo di Ventimiglia – San Remo
Materiale da distribuire
Scarica Scarica la lettera in PDF ↗